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Il ponte aereo nel soccorso al terremoto del Friuli

6 maggio 2026 di
Il ponte aereo nel soccorso al terremoto del Friuli
Mattia Gagliardi
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Gli elicotteri del terremoto del Friuli (1976): il ponte aereo che salvò migliaia di vite

Il terremoto del Friuli del 1976, noto come “Orcolat”, fu una delle più gravi catastrofi della storia italiana contemporanea. Con quasi mille vittime e interi paesi distrutti, la risposta dei soccorsi assunse dimensioni imponenti e segnò una svolta nella gestione delle emergenze. In questo contesto, gli elicotteri svolsero un ruolo decisivo, diventando il vero ponte tra le comunità isolate e il resto del Paese, garantendo continuità operativa dove ogni altra via risultava interrotta.

Un territorio difficile, una risposta complessa

Le zone più colpite – tra Gemona, Venzone, Tolmezzo e il Tarcentino – presentavano una morfologia estremamente complessa, caratterizzata da vallate strette, frane diffuse e infrastrutture gravemente danneggiate. I collegamenti terrestri risultarono spesso impraticabili nelle prime ore, rendendo impossibile un intervento rapido via terra.


Il ruolo decisivo degli elicotteri

Fin dalle prime ore successive alla scossa, le difficoltà logistiche apparvero evidenti: strade interrotte, interi paesi isolati, accessi impossibili. Il trasporto aereo divenne quindi una necessità operativa.

Gli elicotteri permisero di evacuare feriti e civili in condizioni critiche, trasportare tende, medicinali e viveri nelle aree più isolate, effettuare ricognizioni rapide per la valutazione dei danni e mantenere il coordinamento tra le diverse zone operative. Grazie alla loro flessibilità, riuscirono a operare anche in spazi ridotti e in condizioni ambientali complesse, garantendo un flusso continuo di soccorsi.

L’intervento coinvolse in modo massiccio Forze Armate, Vigili del Fuoco e contingenti internazionali, dando vita a uno dei primi esempi concreti di risposta integrata su larga scala.


I protagonisti

Il cuore delle operazioni aeree fu rappresentato dalla famiglia di elicotteri “Huey”, costruita su licenza in Italia. In particolare, l’Agusta-Bell AB-205 si affermò come il vero protagonista dei soccorsi grazie alla sua elevata capacità di carico, alla robustezza strutturale e alle ottime prestazioni in ambiente montano. Questo velivolo risultò ideale per il trasporto simultaneo di uomini, materiali e feriti, diventando essenziale nelle missioni di evacuazione e supporto logistico.

Accanto ad esso, l’Agusta-Bell AB-204, versione precedente ma ancora largamente diffusa, svolse un ruolo complementare. Più leggero e agile, venne utilizzato per ricognizioni, collegamenti rapidi e trasporto leggero, garantendo flessibilità operativa nelle fasi più dinamiche dell’emergenza.

Insieme, questi elicotteri costituirono la spina dorsale del ponte aereo che sostenne il Friuli nei giorni più drammatici.


Le forze in campo

Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco partecipò attivamente con uomini e mezzi provenienti da tutta Italia, impiegando elicotteri come AB-204, AB-205 e AB-206 per il soccorso tecnico urgente, il recupero dei superstiti e la messa in sicurezza degli edifici. Il loro intervento si estese anche alla fase immediatamente successiva, con la realizzazione dei primi insediamenti temporanei per gli sfollati.

L’Aeronautica Militare schierò AB-204 e HH-3F, questi ultimi particolarmente adatti a missioni SAR complesse. I velivoli operarono soprattutto per evacuazioni mediche e trasporti urgenti verso strutture ospedaliere fuori regione, contribuendo a salvare numerose vite nelle ore più critiche.

Anche l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza fornirono un contributo essenziale, assicurando ricognizione, collegamento e monitoraggio continuo del territorio, in particolare nelle aree montane più difficili da raggiungere.

La Marina Militare intervenne con un dispositivo articolato, comprendente la nave da sbarco "Grado", il Battaglione San Marco e reparti specializzati come il COMSUBIN. Gli elicotteri SH-3D operarono da Rivolto, mentre ingenti quantitativi di viveri, tende, attrezzature e materiali sanitari vennero distribuiti nelle aree colpite. Il supporto logistico risultò fondamentale per garantire assistenza continuativa alla popolazione.


Dimensioni dell’operazione

Gli elicotteri giunsero da basi militari del Nord e Centro Italia, da reparti alpini e da nuclei aerei appartenenti a diverse Forze Armate e di Polizia. A questi si aggiunsero contributi internazionali, soprattutto in ambito sanitario e logistico.

Sebbene non esista un dato ufficiale definitivo, le stime indicano la presenza di diverse decine di elicotteri operativi contemporaneamente e centinaia di sortite giornaliere nei momenti di picco. Il Friuli si trasformò così in uno dei più vasti scenari operativi aerei mai gestiti in Italia fino a quel momento.


Tipologie di missioni

Le missioni svolte dagli elicotteri coprirono un ampio spettro operativo. Le evacuazioni sanitarie permisero il trasporto rapido dei feriti gravi verso ospedali attrezzati, spesso fuori regione. Parallelamente, il trasporto logistico garantì l’arrivo costante di tende, medicinali, viveri e attrezzature necessarie ai soccorritori.

Le attività di ricognizione consentirono una valutazione continua dei danni e l’individuazione delle aree isolate, fornendo informazioni essenziali per le decisioni operative. Infine, gli interventi diretti di recupero permisero di raggiungere persone intrappolate in edifici crollati o in zone impervie, spesso in condizioni estremamente difficili.


Le difficoltà operative

Nonostante l’enorme sforzo, le operazioni aeree si svolsero in condizioni complesse. Nelle prime fasi mancò un coordinamento centralizzato efficace, mentre le comunicazioni tra i diversi enti risultarono limitate e talvolta frammentate. Le condizioni meteo variabili e la necessità di operare in aree non preparate resero gli atterraggi particolarmente rischiosi.

Queste criticità misero in evidenza la necessità di sviluppare un sistema più strutturato e integrato, capace di garantire maggiore efficienza e sicurezza nelle emergenze future.


La tragedia del lago di Redona (1977)

Il prezzo pagato dai soccorritori risulta alto. Uno degli episodi più drammatici avviene il 16 aprile 1977, durante le operazioni di ricostruzione successive al terremoto del Friuli del 1976.

Un elicottero Agusta-Bell AB-205 del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco precipita nel lago di Redona, nel territorio di Tramonti di Sotto. A bordo si trovano undici persone: cinque perdono la vita nello schianto, tra cui quattro Vigili del Fuoco e un civile impegnato nei lavori di ricostruzione.

L’equipaggio trasporta materiali prefabbricati destinati agli alloggi temporanei per gli sfollati, segno di un impegno che continua anche oltre la fase immediata dell’emergenza.

La tragedia colpisce profondamente la comunità friulana e l’intero Corpo, diventando simbolo del rischio e del sacrificio legati alle operazioni di soccorso.

In memoria delle vittime del lago di Redona (1977)

Un sacrificio che rimane nella storia del soccorso italiano e nella memoria del Friuli.

Antonio Alfano

Sabatino Bocchetto

Amato Celli

Antonio Pedone

Pio Francesco Perin

“Il loro impegno nei soccorsi rappresenta un esempio di dedizione e sacrificio al servizio della collettività.”


Il sacrificio del capitano Ronald George McBride

Un’altra figura legata al soccorso aereo è il Capitano Canadese Ronald George McBride.

Il 16 maggio 1976, pochi giorni dopo il sisma, McBride partecipa alla missione internazionale “Dolomite”. Durante una ricognizione sopra la frazione di Avasinis, il suo elicottero Kiowa urta un cavo sospeso e precipita. Gravemente ferito, muore durante il trasporto in ospedale, mentre gli altri membri dell’equipaggio sopravvivono.

McBride svolse attività fondamentali per i soccorsi: trasporto di viveri verso le aree isolate, monitoraggio delle frane e supporto logistico alle operazioni a terra. Il Friuli lo riconosce come vittima del terremoto e ne conserva la memoria con monumenti e una via dedicata nel comune di Trasaghis.


Un’eredità storica

L’impiego degli elicotteri durante il terremoto del Friuli del 1976 segna un punto di svolta nella gestione delle emergenze in Italia. L’azione coordinata dal commissario Giuseppe Zamberletti introduce un modello organizzativo più efficace, destinato a evolvere nell’attuale Protezione Civile.

Gli AB-204 e AB-205, insieme ai loro equipaggi, dimostrano il valore strategico del mezzo aereo nei contesti complessi, soprattutto in ambiente montano, dove rapidità e flessibilità risultano determinanti.

Accanto ai risultati operativi resta però una dimensione umana profonda. Le perdite del lago di Redona, il sacrificio di McBride e quello di molti altri soccorritori meno noti entrano nella memoria collettiva. Il loro impegno testimonia il valore umano che accompagna uno dei più grandi sforzi di solidarietà nella storia italiana.


Il “Modello Friuli”

Da questa esperienza nasce il cosiddetto Modello Friuli, riconosciuto anche a livello internazionale come esempio virtuoso di gestione delle emergenze. Il modello si fonda su tre elementi chiave: rapidità dei soccorsi, partecipazione attiva della popolazione e ricostruzione organizzata.

La ricostruzione segue un principio chiaro e concreto: “prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese”. Una scelta che privilegia la ripresa economica e consente il ritorno della popolazione, trasformando una tragedia in un processo di rinascita strutturato e sostenibile.






Mattia, appassionati di aviazione,da poco ha intrapreso gli studi per diventare Pilota Privato. Appassionato di musica e nel tempo libero suona la batteria con la sua band. Operatore e pilota APR, quando pratica il trekking montano, il suo piccolo velivolo è sempre pronto a decollare.

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Mattia Gagliardi 6 maggio 2026
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